TERRE DI CONFINE, L’ALSAZIA

Fiumi e montagne sono confini geografici solo sulle mappe, nella realtà sono vie di comunicazione e luoghi di scambio. Nel mondo vitivinicolo c’è una regione che più di altre è un curioso mix di culture e tradizioni vitivinicole, spesso sottovalutata, ma in grado di dare vini eccellenti, l’Alsazia.

L’Alsazia è situata nell’estremo Nord-Est della Francia, racchiusa tra la catena dei Vosgi e il fiume Reno. Da sempre questa regione è stata contesa tra Francia e Germania e l’architettura dei paesi, così come il patrimonio viticolo, ne è sono la diretta conseguenza. La regione non ha goduto in passato di grande considerazione sul mercato francese, in quanto fuori dalle principali rotte commerciali e dedita ad un mercato all’ingrosso verso la Svizzera e la Germania; oggi il panorama è cambiato e il potenziale dell’Alsazia vitivinicola sta emergendo in tutto il suo valore. La fascia vitata si estende dalle pendici dei Vosgi fino alla pianura lambita dal Reno, seguendo una direttrice nord-sud per circa 100 chilometri, in un sistema di colline e vallate dalle innumerevoli esposizioni. Il territorio presenta una geologia particolarmente complessa, dove si alternano terreni di origine sedimentaria, marne e argille calcaree, metamorfica, graniti, e suoli vulcanici. Si contano più di 800 terroir differenti nella regione, sebbene la zona di maggior vocazione vitivinicola circondi la città di Colmar, per un’estensione di una quarantina di chilometri. Anche il clima è peculiare, temperato, ma con estati calde grazie ai Vosgi, che proteggono dai venti freddi del Nord, e con scarsissima piovosità. È interessante notare come nella vicina Germania la regione viticola sostanzialmente prosegua nella Pfalz, dove suoli e clima affini a quelli Alsaziani danno vini del tutto distintivi rispetto agli altri vini tedeschi, avremo occasione di parlarne un’altra volta.

La classificazione qualitativa dei vigneti in Alsazia è in apparenza semplice. Ad una AOC regionale generica si accompagnano 51 vigneti classificati come Gran Cru, i cui nomi possono essere indicati in etichetta. La maggior parte di questi si trova nel cuore della regione, attorno Colmar, ma vi sono nobilissime eccezioni anche ai margini più estremi della regione, come il “mitico” Grand Cru Rangen di Tain, il vigneto più meridionale ed estremo dell’Alsazia. Sulla scia di quanto avvenuto in altre regioni vitivinicole sta sviluppandosi la tendenza di contraddistinguere i vini di migliore qualità, ma non provenienti da Gran Cru, con il nome del villaggio (Village) o del vigneto, circostanziato e noto, ma non ancora classificato ufficialmente come Grand Cru (Troverete in etichetta le dizioni Clos o Lieu-dit). Storicamente non vi è un binomio univoco tra vigneto classificato e vitigno, al contrario di quanto accade nel resto del Paese. Può dunque capitare che dal medesimo Gran Cru escano vini da diversi vitigni, anche tra i meno “nobili”, magari proposti sia in versioni secche, che abboccate, che dolci. Un paradiso per l’enostrippato, un incubo per il consumatore comune. Più prosaicamente, può essere un esperienza affascinate scoprire come un terroir eccezionale sappia portare al limite i caratteri di vitigni spesso poco considerati, come un pinot bianco, un moscato o un silvaner.

Queste considerazioni ci introducono a quella che è forse una delle caratteristiche più interessanti dell’Alsazia, ovvero l’ampia piattaforma ampelografica. In altre parole il numero di vitigni coltivati in Alsazia è insolitamente alto per una regione Francese. La regione ha una tradizione bianchista, dove s’incontrano vitigni francesi, come il pinot gris, il pinot blanc e il gewürztraminer, con vitigni di chiara origine tedesca come il riesling e il silvaner. Altri vitigni minori sono il muscat, il nostro moscato proposto solitamente in versione secca, e l’auxerrois. Recentemente è stato introdotto il pinot nero per la produzione dapprima di rosati e rossi leggeri e dal quale oggi, grazie al generale innalzamento delle temperature e a una maggiore dimestichezza nella vinificazione, si ottengono anche rossi di una certa struttura ed eleganza.

Colmar

L’Alsazia è il paese del bengodi per il turista enologico. La strada dei vini, perfettamente indicata, attraversa il cuore della regione, congiungendo i villaggi viticoli medioevali, uno più affascinante dell’altro, tra case variopinte, profluvi di fiori e decorazioni, canali, locande imbandite. Anzi, in alcuni periodi dell’anno la ressa è tale da suggerire una pronta fuga verso vigneti meno noti. Anche le due capitali della regione, Colmar e Strasburgo, meritano un vista, sia per la loro architettura che per la storia e lo stile di vita unico, a cavallo tra la cultura mediterranea e mitteleuropea. Come sono invece i vini bianchi d’Alsazia? I vini più semplici risultano schiettamente varietali e godibili fin da subito, accompagnati alla ricca cucina locale. Meglio preferire etichette di cantine affidabili, sia tra i vignaioli che tra i grandi commercianti, bottiglie troppo economiche potrebbero rivelarsi deludenti. I vini a denominazione comunale sono certamente i “Best Buy” della regione. Se firmati da vignaioli sensibili sono vini che abbinano ad un’autentica espressione varietale una nota territoriale molto evidente, che li rende sempre goderecci, ma al tempo stesso complessi. Hanno inoltre un’insospettabile longevità. Dai Gran Cru si ottengono vini di notevole potenza alcolica e struttura, i caratteri varietali si adattano ai differenti terroir in sfumature sorprendenti, anche in varietà che altrove danno vini spesso di scarsa personalità. Sebbene dai Gran Cru provengano prevalentemente vini bianchi è essenziale sapere attendere queste bottiglie che si esprimono al meglio dopo 5-6 anni per raggiungere l’apice dopo 12-15 anni di affinamento. Come nella vicina Germania tradizionalmente i vini alsaziani avevano un residuo zuccherino marcato. Oggi le fermentazioni sono controllate accuratamente e la maggioranza dei vini è secca, per rispondere alle richieste del mercato mondiale. Non mancano tuttavia eccellenti vini abboccati (molleux) o dolci, spesso ottenuti da uve botritizzate (Sélection de grains nobles).

Strasburgo

Impossibile in poche righe racchiudere una descrizione esaustiva di tutto ciò che si può bere da queste parti, ecco alcune note generali per orientarsi. Il muscat è appunto parete del nostro moscato giallo, frequentemente vinificato, secco abbina ad una certa aromaticità, minore di quanto ci si attenderebbe dato che tra i vignaioli tradizionali la tecnologia di cantina non è poi così all’avanguardia, una piacevole nota amarognola e un copro agile. Ideale come aperitivo, così come il non aromatico auxerrois, una sorta di “trebbiano” d’oltralpe. Il pinot bianco può essere sorprendentemente strutturato, sicuramente longevo ed ancora nella fascia dei vini prettamente secchi. Il pinto grigio, in passato noto come tokay, è una delle peculiarità della regione. Corposo e rotondo, spesso con residui zuccherini abbastanza marcati, sprigiona nei primi anni una gamma aromatica sul frutto maturo, anche con rimandi alla bacca rossa. Negli anni si fa complesso, emergono note muschiate che bilanciano la dolcezza, soprattutto se proveniente da vigneti classificati è un vino sorprendete, si fatica a credere che il vitigno sia il medesimo che da vini scialbi e anonimi in molte regioni italiane.

Uve di Gewurztraminer

Il silvaner è fresco e vegetale nelle bottiglie più semplici, se piantato in vigneti di prima classe esibisce un carattere “punk”, fatto di taglienti note speziate, di radici, officinali, unite a un rigore gustativo che lo distingue dagli altri vini della regione. Rispetto alle bottiglie italiane il gewurztraminer è meno esplosivo aromaticamente, anche qui la tecnica di vinificazione, spesso in legno, grande gioca un ruolo non indifferente. Quello che si perde in aromaticità (sempre ammesso sia un problema …) lo si guadagna in complessità aromatica e soprattutto gustativa. È un po’ il “vino rosso” della regione, perfetto per sostenere la ricca cucina locale, speziata e agra, dove l’equilibrio è dato da dolcezza e alcol, e non dai tannini. Infine il Riesling. Il clima tendenzialmente caldo lo rende più “terrestre” rispetto alla Mosella, ma ampio e appagante. I sentori tropicali si percepiscono nelle bottiglie più “tecniche”, nelle etichette tradizionali emerge fin dai primi anni una notevole complessità su note di spezia, fungo, minerale. Il vino è solitamente secco e dunque l’acidità è ben evidente, nuovamente la percezione salina, fortemente influenzata dai differenti terroir, connota ampiamente le bottiglie.

Un’ultima nota. Sta tornado in voga una tradizione piuttosto antica, la “complantation”. Si tratta di piantare nel medesimo vigneto differenti varietà, raccolte poi tutte assieme a piena maturità, surmaturazione per le più precoci, vinificandole assieme, solitamente in bianco secco. La spiegazione nel passato di tale fenomeno non stava tanto nell’incuria dei vignaioli, quanto nella ben nota instabilità genetica di alcune varietà di vite, come i pinot, favorita dalla propagazione per margotta o sovrainnesto in vigneto. Oggi la tecnica è stata ripresa come, nelle intenzioni di chi la persegue, massima espressione del terroir, in una delle poche regioni francesi dove la connotazione varietale dei vini prevale ancora sulla nozione geografica. Sono vini che sulle prime possono lasciare interdetti, proprio per la mancanza di riferimenti, ma che rappresentano senz’altro una espressione interessante di questa regione.

La “complantation

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