Nasce il Presidio Slow Food dei meloni reggiani

Poche settimane fa è stato varato il Presidio Slow Food degli “Antichi meloni reggiani”, ultimo nato tra i presidi della regione e unico a Reggio Emilia.
La coltivazione del melone ha una lunga tradizione nel reggiano, specialmente nella zona tra Novellara, Santa Vittoria, Guastalla e Brescello. Le cultivar tradizionali reggiane, vennero progressivamente abbandonati a partire dal secondo dopoguerra, in favore di altre più produttive, dal gusto più dolce e dalle caratteristiche standardizzate. Ciò ha coinciso con l’affermarsi di un’agricoltura industrializzata, che in ogni provincia del Belpaese ha provocato la scomparsa delle varietà locali, così come delle razze animali. Un esempio arcinoto che proviene dalla stessa area è la vacca rossa reggiana, che rischiò di estinguersi e che negli ultimi decenni è stata rilanciata, grazie alla qualità del suo latte e del Parmigiano Reggiano con essa prodotto. Ma si potrebbero aggiungere alla lista altre varietà che stanno conoscendo una rinascita, come il pom campanein, la pera nobile, la prugna zucchella, il frumento Poulard di Ciano e la zucca cappello da
prete (di quest’ultima parleremo in uno dei prossimi post).

Melone Rospa (o Rospo)


Ora è il turno dei meloni reggiani, che diventano un Presidio Slow Food andando ad unirsi ad altri 324 prodotti agricoli di eccellenza e a rischio di estinzione sparsi sul territorio nazionale, prodotti che vengono certificati e promossi dall’associazione internazionale fondata da Carlo Petrini e dalla sua Fondazione per la Biodiversità (https://www.fondazioneslowfood.com/it/cosa-facciamo/i-presidi/). Il Presidio è stato sostenuto dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e dall’Istituto Bancario Emil Banca Credito Cooperativo.
Ma di che meloni stiamo parlando? Di varietà che non si trovano più nei negozi e che in pochi ormai ricordano. Su questi frutti dimenticati alcuni piccoli agricoltori hanno deciso di credere e dal prossimo anno i reggiani potranno trovarli nei mercati contadini e in alcuni spacci aziendali e, credeteci, vale la pena di assaggiarli. Iniziamo dal melone Rospa, che ha il pedigree più nobile ed antico: di aspetto simile ad una zucca, deve il suo nome alla superficie verrucosa; esso compare in diversi dipinti italiani del ‘600, e venne descritto dall’agronomo reggiano Filippo Re nel 1811. Il suo gusto è molto particolare, non particolarmente dolce, ma sapido: a parte l’aspetto esteriore, anche grazie al colore arancione della polpa è il più simile ai meloni moderni.

Melone rospa in un dipinto del ‘600 di Michelangelo Cerquozzi


Poi viene il Ramparino, un melone retato di piccole dimensioni, con polpa di colore verde chiaro, molto profumata e dal gusto intenso e particolare, poco dolce e leggermente pepato. Cresce arrampicandosi facilmente su reti e sostegni, da cui deriva il nome. Ci sono varie citazioni databili tra fine Ottocento e primi del Novecento, che parlano di un melone rampicante verde. Nel libretto di Carlo Casali del 1915 “I nomi delle piante nel dialetto reggiano” viene citato come mlòun ramparèin. Era comunque diffuso su di un areale abbastanza vasto lungo la valle del Po. In provincia di Rovigo era chiamato Peverin, a causa del suo gusto peculiare. È stato coltivato fino ai primi anni ’70, quando si poteva trovare ancora dai fruttivendoli. I suoi punti deboli sono la scarsa resistenza alla fusariosi e la limitata dolcezza, che nel giro di alcuni anni ne hanno provocato il rapido abbandono.
Infine i due meloni Banana, in realtà piuttosto diversi fra di loro. Banana, in effetti, era un termine piuttosto comune per indicare, lungo la valle del Po, meloni con forma allungata, scorza liscia e polpa bianca e zuccherina, aroma che ricorda vagamente l’omonimo frutto.

Il melone Banana Santa Vittoria è un ecotipo reggiano, tipico della zona omonima in comune di Gualtieri. L’aspetto è simile a quello dei meloni tardivi, cosiddetti “invernali”, ma a differenza di questi è molto profumato e con la polpa morbida.
Il melone Banana di Lentigione, invece, è il più misterioso di tutti: le sue origini infatti sono ignote, non assomiglia a nessun altro melone italiano, nemmeno alle altre varietà chiamate banana ed era conosciuto solo nell’area tra Lentigione di Brescello (RE) e Sorbolo (PR). È un melone tondo e liscio, privo di costolature, la buccia risulta a maturazione di colore giallo con screziature arancio e verdi, la polpa è biancastra, tenera e molto dolce, con profumo intenso e molto gradevole, di frutti tropicali. Per il suo sapore è più adatto ad essere consumato come frutto che abbinato a pietanze salate e salumi. Ha dato ottimi risultati nella produzione di sorbetti artigianali. Sono state formulate varie ipotesi sulla sua origine: la prima è che sia arrivato dalla Libia per mano di qualche soldato di ritorno dalla colonia italiana, giacché nella bassa reggiana ci sono memorie, che risalgono ai primi decenni del ‘900, di un melone chiamato Tripolino; la seconda ipotesi si basa sulla somiglianza su alcuni meloni del brindisino, anch’essi quasi scomparsi, ma è tutta da verificare. Sta di fatto che da molti è ritenuto il più squisito tra gli antichi meloni reggiani, ma come tutte le cose preziose è molto esigente: va raccolto a giusta maturazione e consumato nell’arco di pochi giorni.

Se questi antichi meloni possono oggi tornare sulle tavole dei reggiani, dobbiamo ringraziare gli insegnanti del locale istituto agrario, l’Istituto di Istruzione Superiore A. Zanelli di Reggio Emilia, che una ventina d’anni
fa ricercarono queste varietà perdute, le adottarono coltivandole ogni anno e riproducendo i semi in purezza. L’Istituto cittadino ha anche allestito una banca del Germoplasma delle varietà agricole locali e registrato queste varietà nel repertorio previsto dalla Legge Regionale 1/2008 relativa alla “Tutela del patrimonio di razze e varietà locali di interesse agrario del territorio emiliano-romagnolo” e successivamente nel “Registro nazionale delle varietà di specie ortive prive di valore intrinseco e sviluppate per la coltivazione in condizioni particolari”. Il responsabile del Presidio è il Prof. Mirco Marconi, mentre il responsabile dei produttori del Presidio è il Prof. Daniele Galli entrambi, appunto, insegnanti all’Istituto Zanelli.
A fianco di produttori “storici”, che già da alcuni anni lo coltivano, come le aziende agricole Camurein, La Lucerna e Ca’ Vecchia, diversi altri agricoltori reggiani hanno aderito al disciplinare del Presidio e produrranno i meloni nella prossima annata agraria. Tutte queste aziende sono dedite all’agricoltura biologica. Insieme a loro i meloni saranno prodotti e venduti dall’azienda agricola annessa all’Istituto Zanelli e saranno anche prodotti nell’orto a servizio del Ristorante Badessa di San Donnino di Liguria (RE), dove entreranno nel menù estivo.
Abbiamo quindi occasione e motivo di augurare “lunga vita ai ritrovati antichi meloni reggiani”!

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Elenco dei produttori aderenti al Presidio Slow Food:
– Az. agraria annessa all’Istituto di Istruzione Superiore “A. Zanelli”
Via F.lli Rosselli, 41/1 – 42123, Reggio Emilia
– Az. Agr. biologica Camurein di Morini Paolo
Via Monsignor Oscar Amulfo Romero – 42049, Calerno (RE)
– Az. Agr. Coop. biologica La Lucerna
Via 25 Aprile, 48 – 42040, Campegine (RE)
– Az. Agr. Biologica Cà Vecchia di Cavalli Lorenzo
Via Case Sparse, 10 – 26041 Valle di  Casalmaggiore (CR)
– Az. Agr. biologica Casa Vecchia di Andrea Libero Gherpelli
Via Gazzata, 4 – 42015, Prato di Correggio (RE)
– La buona terra Coop sociale ed agricola biologica
Via Sant’Ambrogio, 22 – 42123 Rivalta, Reggio Emilia
– Az. Agr. biologica Ferraroni Lucia
Via Sacchi, 7 – 42123 Reggio Emilia
– Az. Agr. biologica Terra y Anima di Crema Andrea
via Garfagnana 10 – 42012, Campagnola Emilia (RE)
– Azienda Agricola biologica La Pedrocca di Musi Catia
Via Vegri, 20 – 42016, Guastalla (RE)
– Soc. Agr. Bio Prati al Sole
via Agricola 2, Pratissolo, Scandiano (RE)
– Orto del Ristorante Badessa
Via Case Secchia, 2/a, 42013 San Donnino di Liguria (RE)

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